Patrizia Speroni
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Il calcio e i ragazzi. Intervista a Raffaele Principalli


Davvero non ne capisco di sport, qualunque esso sia. Ho forse più familiarità con il calcio, per una questione di tifoseria da parte del settore maschile della famiglia. Ma oltre a non capire nulla di tecnica calcistica, non comprendo tanti altri aspetti correlati a questo sport: la competizione esasperata, la tifoseria senza controllo, la mitizzazione della figura del calciatore, la competitività dei genitori che desiderano che i loro figli pratichino a tutti i costi questo sport.

Forse è buona cosa che mi chiarisca le idee ed ho deciso di farlo in una lunga intervista al direttore tecnico Raffaele Principalli, che insegna il calcio ai ragazzi.

[Patrizia Speroni] Come si diventa allenatore di calcio di ragazzi?
[Raffaele Principalli] Partiamo dal presupposto che, dal mio punto di vista, allenatore di calcio si nasce e non si diventa, in quanto non è automatico che un calciatore, dopo aver “appeso le scarpe al chiodo”, chiuda il cerchio diventando allenatore. Molti ex giocatori, sia dilettanti che professionisti, hanno provato ad allenare ma con scarsi risultati, nonostante arrivassero anche da una carriera importante come calciatore. La prova sta nel fatto che nel mondo calcistico vi sono sempre più allenatori che, forgiati “calcisticamente” da un percorso anche dilettantistico, si fanno trovare pronti per il grande salto. In sintesi e dal punto di vista prettamente didattico, il Settore Tecnico della Federazione Italiana Giuoco Calcio organizza dei corsi su graduatoria, quindi non per tutti, ma solo per chi ha un “punteggio” ed una preparazione tecnica che gli permetta di poter frequentare i corsi. Una volta frequentato il corso e superati gli esami con esito positivo, si è abilitati dalla F.I.G.C. Settore Tecnico alla professione di allenatore.

[PS] L’allenatore è anche una sorta di educatore?
[RP] Per quanto riguarda soprattutto l’allenatore della scuola calcio, assolutamente sì. Allenare ed educare i giovani al gioco del calcio non è un compito semplice. Occorre che l’allenatore sia in grado di miscelare qualità tecniche, tattiche, educative, psicologiche e comunicative, tenendo sempre in considerazione le fasce di età a cui si rivolge. Di certo i tecnici malati di agonismo e fautori di precoci specializzazioni si scontrano con quello che deve essere un percorso didattico corretto legato alle fasce d’età ed alle loro fasi sensibili. La realtà didattica dell’insegnamento giovanile non può fare a meno della sua matrice educativa, che la differenzia drasticamente rispetto alla metodologia utilizzata con gli adulti.

[PS] Perché molti ragazzi crescono col mito del calcio?
[RP] Premetto che il calcio è un gioco semplice da proporre, perché lo si può giocare con una semplice palla di carta , con una lattina o con un pallone di cuoio. Basta avere un piccolo spazio a disposizione con due porte. Personalmente ricordo molte partitelle che facevo in casa con i mie fratelli: bastava spostare il tavolo in cucina e via, il campo era pronto! Il gioco del calcio rappresenta un meccanismo di
aggregazione sia per i bambini che per gli adulti. Il gioco del calcio, in quanto sport, è veicolo di messaggi positivi per la salute. Purtroppo negli ultimi decenni si è veicolato un messaggio distorto del gioco del
calcio: SOLDI…SOLDI…SOLDI… POTERE… NOTORIETÁ. I ragazzi crescono quindi con il mito del calciatore, vedendo nel gioco del calcio uno o lo strumento di successo per la loro vita. I riferimenti sono cambiati. Si vedono più modelli che atleti. I mass media, giornali e televisioni governano l’economia di questo sport. Non sottovalutiamo il fatto che siamo in un periodo di crisi economica. Non c’è lavoro, le persone faticano a trovare un impiego o a tenersi quello che già hanno, alcuni fanno fatica ad arrivare a fine mese e quindi anche lo sport è diventato sempre più uno strumento di sussistenza o di ricerca della felicità. I ragazzi sono bersagliati da messaggi distorti che neutralizzano pian piano il loro sentimento genuino per questo sport, lasciando spazio sempre più all’ambizione effimera. Ma per fortuna non è sempre così.

[PS] Sono più competitivi i ragazzi o i genitori?
[RP] Scherzandoci sopra, nel settore aleggia una frase emblematica:“ i giovani calciatori dovrebbero essere tutti orfani”. Per intendere, la vicinanza e la condivisione del genitore è fondamentale per il giovane calciatore, così come fondamentale è la presa di responsabilità del tecnico/istruttore, ma va sottolineato che l’attore principale è il giovane calciatore e tutto deve essere svolto in funzione della
sua crescita. Negli ultimi anni/decenni, si è accentuata molto di più questa ambizione di arrivare – dove non si sa – da parte dei genitori che, molte volte inconsapevolmente, spingono il bambino nella direzione sbagliata, non tenendo fede al percorso condiviso con i tecnici/istruttori. Allo stesso tempo i tecnici/istruttori utilizzano i giovani giocatori per fini personali. Cito una frase di Horst Wein: “Un
allenatore che vince tanto con i giovani non ha lavorato per il loro futuro, ma per il proprio”.

[PS] Da che cosa si capisce che un ragazzo ha realmente delle potenzialità?
[RP] In linea generale, oltre a sviluppare negli anni e nelle loro fasi sensibili le varie capacità cognitive, fisiche, coordinative nonché quelle tattiche e tecniche, si può percepire se un ragazzo ha potenzialità dalla sua voglia di migliorare.

[PS] Come riescono i ragazzi a conciliare scuola e sport?
[RP] Sicuramente con molti sacrifici, ma spinti dalla passione per lo sport si programmano le varie richieste scolastiche con quelle sportive.

[PS] Come si insegna a giocare a calcio?
[RP] Chi decide di insegnare a giocare a calcio soprattutto quello giovanile e dedicare il proprio tempo ad allenare i ragazzi deve disporre di una forte passione per il calcio. Insieme alla forte passione, l’allenatore deve avere delle capacità intrinseche quali: la capacità di relazionarsi, la personalità equilibrata, la sufficiente autostima. Inoltre vi sono capacità che può apprendere come le competenze tecnico-dimostrative, nell’organizzazione didattica, nella comunicazione,  le conoscenze pedagogiche, le conoscenze dei fattori tecnici, tattici e fisico-motori, le conoscenze delle peculiarità agonistiche della Scuola Calcio, con riferimento ai programmi della FIGC, Settore Giovanile e Scolastico. Sulla base delle competenze del tecnico/istruttore, attraverso le sedute di allenamento, si inviano ai ragazzi dei messaggi che devono essere facilmente comprensibili e interiorizzati, in base alle reali esigenze del ragazzo e costruite a misura per lui.

[PS] Come si insegna la disciplina?
[RP] Il rispetto delle regole è un principio fondamentale per la crescita di un giovane calciatore e per la formazione di una quadra. L’allenatore deve essere in grado di: valutare, scegliere, decidere ed agire. È comunque essenziale che la propria autorità sia basata sulle competenze che in qualche modo anche i bambini gli riconoscono. È anche vero che il rapporto fra istruttore e bambini non dovrà essere impostato sulla “direzione”. Anzi è la conduzione aperta al dialogo con gli allievi, pur se indirizzata e veicolata mediante piani e percorsi didattici prestabiliti, che permette di ottenere il meglio del potenziale individuale di ogni bambino.

[PS] L’Italia vanta una tradizione calcistica di prestigio e gli Stati Uniti?
[RP] Cito un solo dato: la Nazionale Femminile USA di calcio ha vinto 4 degli 8 mondiali di calcio disputati sino ad ora. Non possiamo non parlare del calcio femminile, come sono diventate le migliori al mondo? Negli Stati Uniti c’è una grandissima pluralità di sport. Tutto parte dalla scuola, dove gli sport vengono calendarizzati, proprio per permettere ai ragazzi di provare più cose possibili. In autunno c’è il calcio maschile, il football, il cross country, in inverno c’è il basket, in primavera c’è il baseball, il softball e il calcio femminile e così via. C’è anche un discorso economico: il calcio, ovunque, è uno degli sport meno cari dal punto di vista delle attrezzature. Sostanzialmente basta una palla. Quindi questo background di cultura sportiva permette potenzialmente a tutti gli sport di avere successo. Tuttavia, per passare da potenziale a reale c’è bisogno della “scintilla” che, nel caso del calcio femminile, è stato il mondiale vinto nel 1991 (il primo della storia) e poi soprattutto quello del 1999 con la nazionale guidata da Mia Hamm.

[PS] Quanto è cambiata la concezione del calcio negli Stati Uniti?
[RP] Basta con il luogo comune che gli americani non amano il calcio, e che non ci sanno giocare. Nel giro di qualche anno, il soccer potrebbe raggiungere la popolarità dei principali sport praticati negli Stati Uniti. E perché no, tra qualche decennio, magari, potrebbe addirittura soppiantare un mostro sacro come il baseball, nel cuore degli americani. Ne è convinto Dave Brett Wasser, tra i principali esperti di calcio in Nord America, già collaboratore del Soccer Blog sul New York Times, nonché titolare del più ampio archivio video di incontri calcistici made in Usa. Un patrimonio di immagini pressoché introvabili, superiore persino agli archivi ufficiali della U.S. Soccer Hall of Fame e della U.S. Soccer Federation, che lo rendono una delle massime autorità al mondo in materia, nonché una
“memoria storica” calcistica a stelle e strisce. O meglio, uno “storico del calcio”, come ama definirsi.
Il calcio è seguito dai giovani, il baseball dagli anziani: se dovessi scegliere, oggi preferirei essere proprietario di una squadra di Major League Soccer, rispetto a una di Major League Baseball»

[PS] C’è differenza tra il gioco europeo e quello americano?
[RP] Io penso che a livello di talento individuale, nelle giovanili il movimento stia crescendo. Chiaramente non ci sono ancora i picchi che si possono avere ad altissimo livello, però giocatori che toccano in maniera apprezzabile la palla ci sono. Lavorano molto dal punto di vista aerobico e sulla forza. Quello che deve migliorare è l’aspetto dei concetti tattici sia individuali che collettivi, ma con l’affluenza di tecnici europei la qualità sta migliorando.

[PS] In che cosa consiste l’iniziativa ACG SOCCER SUMMER TOUR 2017?
[RP] AGC si basa sulla tradizione del calcio italiano e per l’amore che i fratelli Principalli hanno per il il gioco del calcio. La nostra missione è insegnare, far migliorare i giocatori e dare il giusto supporto ai clubs che collaborano con noi. Su questa filosofia sono programmati i nostri Summer Camp. Anche quest’anno i nostri Summer Campa si sono svolti nello Stato del New Jersey e nello Stato di New York, evidenziando e consolidando un lavoro di qualità sul territorio.

[PS] Da chi è organizzata?
[RP] L’organizzazione è a cura di AGC , seguita direttamente dal Direttore dei programmi Fabio Principalli. L’aspetto prettamente tecnico/tattico viene curato dal Direttore Tecnico Raffaele Principalli e da US coaches.

[PS] A chi si rivolge?
[RP] A tutti i bambini di sesso femminile e maschile che hanno un’età compresa tra i 7 e i 18 anni. Ma vi è la possibilità di personalizzare le lezioni sulla base delle singole esigenze e anche per persone adulte.

[PS] Quali sono gli obiettivi di questa iniziativa?
[RP] Il gioco del calcio non è solo un gioco ma passione, dedizione e lavoro duro. Attraverso il calcio, noi non insegnano solo quello che c’è da apprendere direttamente sul campo ma insegnamo la disciplina e le regole per stare insieme agli altri. Insegnamo ai nostri atleti umiltà, rispetto e fair play. Proponiamo un programma di qualità per i nostri giocatori che li aiuterà a cambiare sia fisicamente che mentalmente. Inoltre abbiamo l’obiettivo di far conoscere sempre più la cultura del calcio italiano e soprattutto di far crescere la nostra Accademia. AGC non si occupa solo di calcio, ma veicola, attraverso questo magnifico sport, un messaggio di condivisione anche attraverso opere di beneficenza. Inviamo materiale sportivo ai bambini meno fortunati. AGC, nel 2017, ha spedito in Paraguay palloni, magliette, pantaloncini e scarpe da gioco. Di questo siamo orgogliosi perché è il risultato dell’insegnamento che ci ha trasmesso questo  gioco. “Nessuno deve essere tagliato fuori, ma tutti devono poter imparare!”.

[PS] Chi vuole avere informazioni, a chi si deve rivolgere?
[RP] Ci sono diverse possibilità per contattare l’Accademia, anche per soddisfare una semplice curiosità:
– per l’Europa: Raffaele Principalli al numero: (+39) 347 57 482 56
– per USA: Fabio Principalli al numero (+1) 845 222 70 56
– mail: agcusa2015@gmail.com
– sito: www.agcus.org


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patrizia.speroni@aruba.it

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